Recensione di “Humoresque” su La Scena, Musica Visibile

 
 
Nascosto in un angolino del sottobosco musicale di casa nostra, c’è un nome, una piccola realtà che sforna trame sonore da “tanto di cappello”, quel rock striato di pop, indie, folkly pads ed immediatezza che rende notevole una qualità d’ascolto inaspettata, sono i Novadeaf, formazione pisana che con “Humoresque” – secondo album all’attivo – arriva a reiterare gli “efferati crimini” cha solo il buon rock può perpetrare nelle stanze ricettive dei padiglioni auricolari.
Un flusso di pensieri, una massa di termini di stile, un ibrido sonico che con la notevolezza di testi “impegnati” filosoficamente tra realtà e consapevolezze forti, affascina ed esercita una espressività che da sola fa salire esponenzialmente la qualità del registrato, tanto da ricoprire un ruolo primario tra le cose più belle sin qui ascoltate, e di cose credetemi ne passano a tonnellate; undici tracce che ancora una volta possono fare presente e futuro a dimostrazione di un modo di sentire il suono non come sfogo da eruttare ma come principio attivo per intaccare nuove considerazioni di massa, nuove direttrici cui attenersi per andare più in la del solito sentito, e questi pisani pare abbiamo imparato la lezione, artefici di un perfetto ingranaggio che già al secondo disco li evidenzia come “nuova uscita” di livello e di vera news.
Chitarre ben dosate, elettricità quanto basta, tastiere e percussioni amalgamate senza odio ed un cantato ondulante, variegato ed ibrido, tutte cose tecniche e di sentimento che conoscono bene la strada per raggiungere e toccare il cuore di chi ascolta, una forza che si introduce nel mercato underground in punta di piedi e di penna con le evanescenze nebulari di Man on fireAn intruder e Reconstruction of the body, il celestiale di Come what may, ma che non disdegna dar fuoco alle micce quando le visioni metedriniche Mex si fanno esigenti (Spoiled) specie se a contatto con le pedaliere effettate che bussano al brit-pop incazzato di Fall from grace together o con la Stinghiana Wintertown; un disco sorprendente, un particolare mix di sogni e profondità che propone una aggiornata versione del fare suono, fuori dalla commercialità sciatta, dentro le più che degne rappresentanze del medio/grande rockerama per ora ancora – bestemmiamoci pure sopra – legato alle stronzate degli out-siders.
Notevoli davvero.

Pubblicato il 18/10/2012 by Max Sannella

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